C'era un tempo in cui la carta non era ancora un prodotto da ordinare, un codice da cercare o una voce dentro un catalogo, ma una materia viva, nata dall'acqua, dalle fibre, dal lavoro e dalle mani. A Fabriano, dove la carta sembrava avere una casa più antica delle case stesse, le donne che la lavoravano venivano chiamate cartare, e nelle loro dita passava una sapienza silenziosa, fatta di gesti ripetuti, di pazienza, di attenzione e di quella cura minuta che non si impara nei libri, ma soltanto restando per anni accanto alla materia.
Le cartare sapevano riconoscere un foglio buono prima ancora di guardarlo davvero. Bastava sfiorarlo, ascoltarne il fruscio, osservare come prendeva la luce, sentire se la superficie aveva trovato il suo ordine. Per loro la carta non era mai muta, perché ogni foglio, prima o poi, avrebbe avuto una destinazione: avrebbe accolto parole, protetto un oggetto, avvolto un dono, accompagnato una consegna, custodito un pensiero. È da questa idea antica, semplice e profondissima, che sembra nascere molto più tardi anche il senso di ChartaRè: non carta come materia qualsiasi, ma carta come gesto di cura.
Il camino delle cartare
Nello stanzone della cartiera, dove le cartare lavoravano tra il respiro dell'acqua, l'odore umido delle fibre e il calore intermittente del fuoco, c'era un grande camino annerito dal fumo. Nelle giornate fredde le donne vi si avvicinavano per pochi istanti, scaldavano le mani, asciugavano l'umidità dalle maniche e poi tornavano ai fogli. Sopra quel camino, incisa nella pietra con lettere solenni e un poco consumate dal tempo, c'era una frase in latino che le più giovani guardavano con curiosità e timore:
Charta multis usibus inservit: ad custodiendum, ad protegendum, ad praesentandum; ad cogitationi formam dandam atque interdum ad valorem iis quae continet tribuendum. Res quaelibet, si bene involuta est, mutatur: non alia fit, sed maiore observantia digna.
La carta serve a molte cose: serve a custodire, a proteggere, a presentare; serve a dare forma al pensiero e talvolta anche a dare valore a ciò che contiene. Una cosa qualunque, se viene avvolta bene, cambia: non diventa diversa, ma diventa più rispettata.
Le giovani cartare, appena arrivate in cartiera, non capivano tutto di quella scritta. Riconoscevano forse la parola Charta, perché assomigliava alla materia che avevano davanti ogni giorno, ma il resto sembrava appartenere a un mondo lontano, fatto di maestri, notai e persone istruite. Allora le cartare più esperte, che il latino comune non lo conoscevano davvero ma quella frase l'avevano imparata con il lavoro, la spiegavano a memoria, dicendo che la carta serviva a custodire, a proteggere, a presentare e a dare valore, non perché trasformasse le cose in ciò che non erano, ma perché insegnava a guardarle con più rispetto.
La traduzione imperfetta e il destino di ChartaRè
Le cartare lavoravano la carta perché potesse uscire dalla cartiera pronta a incontrare il mondo, così come ChartaRè sceglie e propone carte, scatole, shopper, veline, nastri e imballaggi perché ogni prodotto possa arrivare al cliente con più cura, più ordine e più dignità.
Le cartare preparavano il foglio così come ChartaRè prepara l'esperienza. Le cartare custodivano il valore della materia e ChartaRè custodisce il valore del modo in cui un prodotto viene presentato, consegnato o spedito.
Tra le giovani cartare
Tra quelle donne ce n'era una giovane, che lavorava alle Cartiere Miliani e che la memoria conserva più come una luce che come un ritratto. Aveva mani delicate e forti, e quando passava davanti al camino alzava spesso gli occhi verso quella parola, Charta, come se dentro quel nome antico ci fosse qualcosa che apparteneva a lei e, insieme, la superasse. Per le cartare, Charta era la carta nella sua dignità più alta: non semplice superficie, non semplice foglio, ma materia capace di accogliere, proteggere e dare forma. In ChartaRè, quella stessa parola sembra tornare con una nuova veste, come se la carta, dopo aver attraversato il tempo, fosse diventata regina non per comandare, ma per servire meglio ciò che contiene.
Il giovane uomo di Cesena
Un giorno arrivò in cartiera un giovane uomo venuto da un'altra parte d'Italia, da un mondo fatto di botteghe, viaggi, commercio e fiducia costruita poco alla volta. Era un certo Rossi, come tanti. Si avvicinò alle cartare e fu attratto da una giovane china sui fogli. Rimase colpito dal modo in cui li toccava, li ordinava e li preparava, non come merce, ma come cose destinate a qualcuno. Le chiese che cosa stesse facendo, e lei rispose che stava preparando carta per chi avrebbe dovuto dire qualcosa.
Poi gli indicò il camino e gli raccontò la frase che le cartare anziane traducevano alle più giovani. Gli spiegò che la carta serve a custodire, a proteggere, a presentare, e che una cosa avvolta bene non diventava diversa, ma diventava più rispettata. Il giovane rimase in silenzio, perché in quelle parole non c'era soltanto una spiegazione del mestiere, ma un modo intero di intendere il valore: il valore non come lusso vuoto, ma come cura, misura, attenzione e rispetto per ciò che passa da una mano all'altra.
Le cartare, Rossi Carta e ChartaRè
Passarono gli anni, e alla fine degli anni sessanta suo nipote Vittorio fondò Rossi Carta Srl attratto da quell'antica frase di famiglia: la carta serve a custodire, a proteggere, a presentare, e che una cosa avvolta bene non diventa diversa, ma diventa più rispettata. Il mondo era cambiato, ma quella verità rimaneva intatta: la carta non serviva soltanto a coprire o contenere, ma ad accompagnare le cose nel loro viaggio. Da quella storia di lavoro, materia e fiducia nasce ChartaRè, marchio moderno di Rossi Carta Srl, dove la carta continua a fare ciò che le cartare avevano sempre saputo: custodire, proteggere, presentare e dare valore.
In ChartaRè, una carta velina non avvolge soltanto un prodotto, ma lo accoglie; una shopper non trasporta soltanto un acquisto, ma porta in strada un'identità; una scatola non contiene soltanto un oggetto, ma costruisce un'attesa; un nastro non chiude soltanto una confezione, ma conclude un gesto; un imballaggio non serve soltanto a far arrivare la merce, ma a farla arrivare bene, con rispetto.
La stessa sapienza delle cartare, trasformata nel linguaggio contemporaneo del packaging professionale.